sabato 24 agosto 2013

Ecco la recensione del libro!

Titolo: Nove vite come i gatti (i miei primi novant'anni laici e ribelli)
Autore: Margherita Hack, Federico Taddia
Editore: BUR Rizzoli

Dato che avevo (come i miei compagni) la possibilità di scegliere qualcosa da leggere spulciando tra la fantascienza, le biografie di scienziati ed infiniti altri libri comunque affini alla materia, alla fine ho optato per l'interessante autobiografia di Margherita Hack, scomparsa lo scorso giugno a novantun'anni. Proprio la sua morte mi ha spinto a cercare di saperne di più sulla sua vita, su ciò che ha fatto per il progresso scientifico e sociale battendosi sempre in prima linea per gli ideali in cui credeva. La mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta.

Con l'aiuto del giornalista Federico Taddia, l'astrofisica e intellettuale di fama mondiale ripercorre gli innumerevoli anni vissuti; a partire dall'infanzia, quando non era niente più che una bambina vivace e curiosa, senza particolari predisposizioni per lo studio né progetti per il futuro. Nata a Firenze nel 1922, si accorse ben presto di avere una famiglia fuori dal comune per quei tempi: suo padre, originario della Svizzera tedesca (questa la ragione del suo insolito cognome) era stato contabile, licenziato per non avere aderito al Partito Nazionale Fascista; era la madre a guadagnare i soldi necessari a vivere dignitosamente, lavorando al Museo degli Uffizi come miniaturista. Entrambi facevano parte della Società Teosofica Italiana: la teosofia, viene spiegato nel libro, è tutt'oggi un movimento filosofico-religioso che non prevede riti o cerimonie di culto, ma solamente il dogma del rispetto dovuto dall'uomo a tutti gli esseri viventi. Un fatto che ha per diretta conseguenza il vegetarianesimo, stile di vita di certo non in voga ai tempi. Margherita Hack seguì le orme dei genitori fin da piccola, imparando ad amare la natura, gli animali e la vita all'aria aperta più delle convenzioni sociali, del galateo, dell'abbigliamento curato e delle acconciature. Non si vergogna di ammettere di essersi sentita molto distante dai suoi compagni e di aver tentato di omologarsi a loro, prima di accettare ed imparare ad amare la sua unicità. Sorprende poi il fatto che non abbia subito scelto una facoltà scientifica, una volta arrivata all'università: il ramo letterario le sembrò infatti l'unica strada da percorrere, poiché da sempre era convinta di avere buone capacità di scrittura. Ma dopo una lezione soltanto si affrettò ad iscriversi alla facoltà di fisica e fu una decisione migliore della precedente, troppo affrettata ed influenzata dai pareri e dalle esperienze altrui. Insieme al racconto della sua carriera scolastica, culminata con una tesi di laurea che la porta ad avvicinarsi finalmente all'astronomia, la scienziata raccomanda ai lettori più giovani di scegliere con cura il proprio percorso accademico ma di farlo in totale autonomia, senza lasciare che qualcun altro si intrometta con le proprie ragioni - per quanto valide possano essere - sulla via per realizzare un sogno. L'astronomia fu dunque non solo la conclusione dei suoi studi in fisica, ma anche l'inizio della sua fortunata carriera, che si svolse viaggiando in lungo e in largo per l'Europa e per il mondo e collaborando con importanti astrofisici quali Carlo Abetti, Daniel Chalonge, Marcel Minnaert e Otto Struve, che ricorda uno ad uno con affetto e gratitudine. Non fece scoperte rivoluzionarie, ma furono comunque tanto importanti da essere divulgate attraverso riviste scientifiche prestigiose; e dopo aver fatto tutto questo, ottenne la cattedra di astronomia presso l'università di Trieste e trasformò l'osservatorio cittadino semisconosciuto in un centro di ricerca ora piuttosto celebre. La sua vita privata e da sempre condivisa con il marito Aldo, i successi sportivi insieme a quelli accademici, le battaglie per i diritti degli animali, il suo coinvolgimento politico e l'impegno a favore del progresso della comunità scientifica, la sua opinione schietta sul mondo che la circonda e su questioni d'attualità: tutto questo emerge dalle sue parole con uno stile semplice, quasi confidenziale, che rende scorrevole e immediato il racconto della sua vita anche nei punti che dovrebbero essere più complicati, quelli dove spiega il suo lavoro e le sue scoperte.

Ho cercato di immaginare la sua voce, dopo averla sentita parlare in qualche video su Youtube, con quell'accento toscano mai perduto. Ammetto che ormai è tardi per dirlo, e forse anche assai banale, però mi sarebbe davvero piaciuto conoscerla. Ho cercato di immaginarmela mentre scriveva e si raccontava con estrema semplicità: affermava di non curarsi del ricordo che avrebbe lasciato dopo la morte, ma sotto sotto intuisco che non le sarebbe dispiaciuto essere ricordata, affettuosamente, come una donna rara per l'epoca in cui era nata e per la nostra, con le idee ben chiare persino a novant'anni su temi che sono argomento di dibattito per la loro novità.

La novità spesso spaventa, ma Margherita Hack non ha mai avuto paura di portarla con sé.




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